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Paolo Paciaroni e Simone Baleani: un cuoco a tavola e uno in cucina a Portonovo

in Mangiare e bere/Senza categoria da

«Dove vuoi che andiamo a mangiare?». Domando a Paolo Paciaroni (ho già abbondantemente scritto di lui), quando mi annuncia un suo breve ma intenso rientro nelle Marche. «Al mare, da te». Il mare “da me”, per un ragazzo di Tolentino che “scende” dalle rive del lago di Como (attualmente Paolo è occupato come secondo chef in un luogo meraviglioso e di respiro internazionale) è solo Portonovo. Propongo e scegliamo di andare al Molo. Lo abbraccio con slancio perché è tanto che non lo vedo. Mi piacerebbe tornasse nelle Marche. Ma questa è un’altra storia.

Quella che vi sto per raccontare riguarda un pranzo nella baia sotto un cielo “brillante” e con un vento freddo che non permette al sole di fare “il sole”. Simone Baleani è il cuoco del Molo da quando era piccolo. Lo ricordo ragazzino e lo chiamo sempre ragazzo. Anche se è già papà di due splendide bambine. I due cuochi non si conoscono personalmente ma solo di fama. Questo perché nell’ambiente si conoscono sempre tutti. È dopo il «fai te», che consiste nel non ordinare alla carta ma lasciare fare allo chef. Che, ovviamente, fa il meglio del meglio che può. Aiuto! Questo film l’ho visto tante volte nella mia vita eno-gastronomica. Cominciamo con gli antipasti crudi fra cui spicca un’ostrica con la sua foglia. Non finirò mai di imparare (che bello!). Paolo mi consiglia di «mangiare la foglia» da sola: sa proprio di ostrica. Poi arrivano i freddi, intendo gli antipasti. Buonissimi il baccalà mantecato e le sarde in saor. Venezia è lontana ma il mare sempre Adriatico è. Gli antipasti caldi vedono il trionfo dei moscioli. Semplici, semplici aperti in padella. Che ci riportano nella baia. «E’ tutto buonissimo e tantissimo…», dice Paolo che è non una buona ma un’ottima forchetta. «Avresti fatto così anche tu per Simone non è vero?». Ovvio. Le raguse sono con il pomodoro e le “conchigliette” di mare in due versioni con e senza pomodoro. Quelle “bianche” sono deliziose. Due “spaghettini”, due, con i moscioli? Il piatto di spaghetti è a dir poco sontuoso. Presentato con eleganza e molto, tanto, abbondante.

E’ piacevole vedere con che grazia Simone impiatta. Quanta attenzione ai colori abbinati. Su piatti rigosamente bianchi poggiati su tovaglie celesti. C’è qualcosa di nuovo al Molo. In pratica è nuovo. Si nota ma non vorrebbe farsi notare. I colori del mare e del cielo con il bianco delle pareti si confondono. E lo sfondo delle onde diventa una parete reale. Paolo finisce i suoi spaghetti congratulandosi per la giusta cottura, per il condimento che sia pur con i moscioli ha un sapore diverso da tutti i piatti di pesce precedenti. Siamo sazi? Ebbè! Ma Simone ha in serbo un’altra sorpresa per noi: un rombo al forno con le patate. A parte il rombo che è freschissimo e cucinato ad arte, sono le patate a colpirmi. Leggermente rivestite da mollichine di pane aromatizzate di spezie e erbette. Sono croccanti fuori e tenerissime dentro. Gradevoli anche fredde. Abbiamo finito? Non ancora. Può Simone far andare via Paolo senza due pescetti fritti di paranza? No. Non può. Il fritto del Molo è da manuale. Delicato e leggero. Paolo mi spiega come frigge ora lui. Mi insegna che il pesce deve essere freddissimo e bagnato prima di essere infarinato. Alla mia prossima frittura ci penserò. Ma sarà prossima prossima perché preferisco farmela fare da Simone. Che, finalmente, si siede con noi. E i due cominciano a parlare. Ammiro le persone che fanno questo lavoro. Il lavoro del cuoco è un lavoro faticoso, pesante. Ore in piedi accanto ai fornelli. Nuove idee da “cucinare”. Clienti da soddisfare. Quel giorno al Molo c’erano più di 30 persone. Un mercoledì qualunque e fuori stagione. Immaginate quando sarà “alta stagione esagerata”. Stessa cosa vale per Paolo che segue, oggi, un ristorante cult dove i numeri che sono devono andare a braccetto con la creatività e la qualità. Si scambiano consigli e complimenti sinceri. Confesso che mi piace stare con loro però è tardi per tutti. Prima di andare decidiamo di rivederci in un prossimo rientro “a casa” di Paolo. Quando? Anche sul lago di Como sarà “alta stagione esagerata”. Marchigiani! Simone, Fabrizio e Luca vi aspettano al Molo. Portonovo è sempre una scelta vicente!

Carla Latini

Al Piastrino batte ancora un cuore “marchigiano”: nei suoi piatti c’è tutto l’amore di Riccardo Agostini

in Senza categoria da

Al Piastrino di Pennabilli con Riccardo Agostini e Claudia si respira amore. Mi dispiace che non siano più “marchigiani”. Il loro cuore però batte di qua. Lo sento. E questa è solo la “prima puntata”.

Ed ora gossip! I due si sono sposati qualche giorno prima dell’attentato alle “Torri Gemelle”. Ed io, con loro, ho affrontato un viaggio a Tokyo con Gianfranco Vissani. Claudia era una bimba bellissima. Ora è una donna bellissima. Insomma lei ha fatto il viaggio di nozze con me. Riccardo in cucina a lavorare. Io e lei, ascensori e scale mobili, per il più bel magazzino Isetan di Tokyo, facendo finta di fare shopping. In questo posto, voluto, desiderato e amato, Riccardo e Claudia sono amore distillato in piccole gocce. Sereni. Belli come natura comanda. Ammazza quanto è difficile passare da loro! Ma se poi pensi che si rimane un giorno a girare per la città di Tonino Guerra, da loro non si passa, si va! Li vorrei ancora marchigiani perché tutta la valle, il Montefeltro, paesi che si incrociano “puzzano” di noi. Chi dice che non è vero, è un bugiardo. Scrivo di Riccardo su Tyche un’altra volta (QUI l’altro articolo). Perché mi fa innamorare dell’amore ogni volta che mangio i suoi piatti. E’ freddo la sera che arrivo tardissimo. Il camino acceso mi accoglie e mi scalda. Claudia, dolcissima, è la signora di casa. Ferma, simpatica, diretta, “accoccolante”. Ivan è il loro sommelier, bella testa pensante. La carta dei vini invita a capire. Non c’è nulla di scontato. Appare un Monte Vertine che prendiamo senza pensarci. Scelgo, insieme alle mie amiche, alcuni piatti. Pochi e che vorremmo assaggiare. Poi gli assaggi si dividono e moltiplicano. Diventano 24 o 25. Cosa ho mangiato? Amore, emozione, sapori intensi senza paura, senza ragionare che affumicato e brasato possono essere anche amaro. Perché amaro di brace e griglia non è amaro. A me piace. Moltissimo. Antipasti, complici e diversissimi fra loro. Che non sai da che parte cominciare. Fra tutti la corteccia con topinambur e l’uovo di quaglia e crema di patate dolci. Poi si tortelli il piastrino tycheva a braccio gaudente ed il resto è un cassoncino classico piccolo piccolo e grande grande, crackers sottili con maionese e alici, uovo, ricotta affumicata e stridoli. La stagione, questa qui, sta ancora godendo dei funghi locali che si chiamano prugnoli.

Al Piastrino c’è un menu dedicato. La natura offre, il Piastrino risponde e dedica. Lo fanno tutti? Sono d’accordo che non è una novità. Riccardo lo fa senza fartelo pesare. Affronto la “classifica” dei primi (grandissimi!) e mi tuffo in un mare limpido, vedo il fondo, galleggio e nuoto. Vado con l’elenco e senza commenti, perché divento noiosa: gnocchetti di patate al parmigiano vecchio e anguilla affumicata, riso carnaroli, ortica, guanciale e fumo, spaghetti cacio, pepe e aringa… poi, ed ora divento noiosa però vi piace, zuppa di fagiolo nel cappelletto e gamberi di fiume. Sono pochi e tanti i cuochi in Italia a saper riempire un cappelletto di “liquido”. Si impara la tecnica e questo ci sta. petali piastrino tycheIl cappelletto di Riccardo Agostini si accoccola fra le braccia/tenagliose del gambero di fiume. E si mangiano insieme. Abbracciati. Ognuno con la sua personalità. Può un cappelletto amare un gambero di fiume? Riccardo mi devia e mi ammalia su tanti piatti che vuole farmi provare ma io sono qui perché voglio riassaggiare, o assaggiare, animelle e piccione. La animelle sono attorcigliate da foglie nervose di radicchio come cespugli di rovi. In basso latte di rose. Prima assaggio con il dito portandolo alle labbra il latte di rose. Faccio domande e Claudia mi fa vedere il barattolo di boccioli di rose che Riccardo fa diventare latte. Il piccione arriva nelle sue due cotture. Leggermente rosato e ben cotto dove è giusto che sia. C’è bietola e cannella. E misticanza fresca.

melanzane piastrino tycheHo chiuso la mia cena con la melanzana che si chiama come una melanzana. Dove ogni protagonista/ingrediente quasi nemmeno si conosce. La melanzana è fritta e arrotolata su se stessa. La mozzarella è finta ma solo lei lo sa. Il pomodoro vaga sotterraneo. Poi con la forchetta apri la mozzarella che inonda tutto…
Mi fermo qui, Perché questa è solo la prima puntata…

Il Piastrino Pennabilli, all’interno del Parco Begni è un viaggio che dovete proprio fare.

Carla Latini

From grey to green: a Macerata si studia la “Metafisica del Paesaggio”

in Cultura da

Nell’auditorium San Paolo, all’interno della sede dell’Aula Magna dell’Università di Macerata, professionisti esperti di fama internazionale hanno “proiettato” un’ipotesi (che poi tanto ipotesi non è più) di paesaggio in trasformazione. Come ha detto Giovanni Sala, l’agronomo milanese mio amico prestato all’architettura, un paesaggio che passa dal grigio al verde. From grey to green. Ma vado per ordine, nel rispetto di tutti i relatori sperando di essere comprensibile e di aver compreso. Come ben sapete mi trovo più a mio agio fra padelle e cuochi. Ma non siamo tanto distanti e capirete man mano perché.

Enzo Fusari, presidente dell’ordine degli architetti della provincia, ha fatto un’introduzione-cappello che abbraccia tutti gli argomenti e ha cominciato parlando di trasformazione del paesaggio, ricordando che ci sono state cose belle e cose molto meno belle. Ha lasciato poi la parola alla vice sindaco di Macerata Stefania Monteverde, che volge il pollice “verde” della città in alto. Macerata aperta al from grey to green. Ha Raccolto la provocazione di Fusari e rincarato la dose, affermando che ora ci vuole una pausa, che la trasformazione del paesaggio è un argomento politico molto sentito. Subito dopo l’ingegnere Fabio Spalletti ci ha portati in un mondo sonoro che a volte diamo per scontato e che invece non lo è. Partendo dal “soundscape” di Raymond Murray Schafer, compositore canadese che coniò questa espressione per indicare un qualsiasi campo di studio acustico. Dalla composizione musicale, al programma radio, all’ambiente. Soprattutto ambiente acustico naturale e quindi suoni delle forze della natura, animali e uomini. E’ stato un collaboratore di Schafer, Barry Truax che ha invece introdotto il concetto di ecologia acustica o ecologia del suono, ovvero l’equilibrio tra suoni e ambiente e quindi gli effetti che l’ambiente acustico produce sugli individui. Perché siamo immersi nei suoni e l’uomo è il principale responsabile delle caratteristiche sonore dell’ambiente in cui vive e ha ovviamente il potere di trasformarlo. Per fortuna i cittadini, spontaneamente, stanno riscrivendo il loro rapporto con la campagna e per fortuna le nostre città marchigiane, come ha sottolineato più volte la vice sindaco Monteverde, stanno ritrovando e rinnovando la loro relazione con il verde. Il problema si pone più impellente per le grandi metropoli del mondo.

A tal proposito l’architetto Giovanni Marucci di Camerino, attraverso alcune immagini, ha presentato alcune soluzioni pensate e realizzate a Seul, Parigi, Manhattan. Dove parchi lineari vengono definiti e sono opportunità di recupero di architetture esistenti, che riescono a convivere con l’ambiente e a dare vita a trasformazioni intelligenti. I parchi lineari, serpeggiando tra le costruzioni, sono un benessere per i cittadini che spesso ne sentono l’esigenza. Ha presentato, con dovizia di particolari e supportato dalle immagini, anche quella che ha definito la madre di tutte le freeways, quella Emerald Necklace progettata da Frederick Law Olmsted, architetto americano del paesaggio a cui si devono, tra le tante cose, anche il Central Park e la Riserva Verde delle Cascate del Niagara. Era stato chiamato a sanarne le paludi e fece invece un percorso che dal municipio di Boston collega i vari stagni e persino una piantagione di essenze preziose oggi appartenente alla Harvard University, fino al Franklyn Park. In Italia siamo riusciti, al momento, soltanto a pensare alle “Rotaie Verdi” di Milano, che lasciano i vecchi percorsi ferroviari affiancati da siepi e bassa vegetazione autoctona.

giovanni sala tycheInfine ha parlato Giovanni Sala, che ci ha illustrato i progetti di paesaggio di cui si occupa l’azienda Land di Milano attraverso mission e filosofie. «Macerata è un delicato equilibrio tra natura e cultura», ha detto Sala, sottolineando come in tutte le Marche l’equilibrio sia costante, anche per le dimensioni ridotte di territorio e città, rispetto a Milano e alla Lombardia. Certo è che il futuro dell’Europa dipende “dalle città del futuro” e sarebbe ormai tempo di tenere presente che cultura, ambiente ed economia sono indivisibili. Anzi, hanno stretti rapporti fra loro, perché solo quando la cultura dialoga con l’ambiente si ha una ricaduta economica di grande interesse. Citando un po’ lo scrittore Italo Calvino e le città come luoghi di scambio e un po’ l’economista Jeremy Rifkins per la natura come nostra migliore alleata, ha usato l’acronimo inglese di Land (la sua azienda). Ovvero Land, Architecture, Nature and Development (territorio, architettura, natura e sviluppo) per sottolineare come la buona progettualità possa aiutare il futuro, utilizzando una vision aziendale come “From grey to green” (dal grigio al verde), una mission come “We cultivate dreams, rebuilding nature” (coltiviamo sogni, ricostruendo la natura), adottando un motto inglese che calza a pennello come “Project to protect” (progettare per proteggere), che in definitiva è proprio ciò di cui questo mondo ha bisogno.

Sono state due ore intense che mi hanno fatto bene. Mi auguro che Giovanni Sala possa tornare ancora da queste parti. Abbiamo bisogno sempre di nuovi stimoli e di persone come lui. E non dimenticate che fino al 29 maggio potrete visitare la mostra Metafisica del Paesaggio a palazzo Carradori, sempre a Macerata.

Carla Latini

Un’estate per stupire tutti: Bagni Andrea punta forte sulla cucina con lo chef Domenico Fasano

in Senza categoria da

bagni andrea insegna tycheChi del popolo della notte estiva marchigiana non conosce Bagni Andrea a San Benedetto del Tronto? Si firma “pizzeria” nell’immagine all’entrata. Ma è molto, molto di più. Da questa stagione poi, con l’arrivo del cuoco Domenico Fasano, aspettatevi solo belle e grandi cose. A cominciare dal menu. Alla carta o per tutti. Il pubblico (meglio dire la folla?) si merita di essere coccolato con quanto di meglio il mare e la fantasia di Domenico sapranno inventare.

Sandro, il patron, è serio e attento. Non gli sfugge nulla e sa perfettamente dove vuole arrivare. Ha una battuta e un sorriso per tutti. Che nel giorno che sono stata io, un normale infrasettimanale, erano tanti. Intendo i tutti. Il bianco qui la fa da padrone. Siamo al lungomare e la sabbia fa rimbalzare la luce. Così è per il bianco degli ombrelloni, delle sdraio, delle tovaglie, delle tende, dei tavoli e delle divise. Morbidi cuscini, bianchi anche loro, rendono comoda la seduta. Sandro mi saluta e tornerà a farlo alla fine della mia degustazione. Che sarà privilegiata perché Domenico Fasano, abbruzzese di nascita e cittadino/cuoco del mondo, vuole farmi assaggiare il meglio. «Mangi pesce crudo?». «Ma non mi si legge in faccia?». Scampi, gamberi locali e rossi del Tirreno, tartufi di mare, ricciola, panocchie, colorati da verdure, sempre crude, tagliate a julienne. Peperoni gialli e rossi, carote, finocchi, pomodorini e capperi. Salse verdi, gialle e rosse. Piatti bianchi. Il pesce è freschissimo, ben presentato e molto buono. Questi sono solo alcuni degli antipasti freddi e crudi che Bagni Andrea presenta nel suo menu. Per i caldi Domenico ha pensato di stupirmi con una ricetta: scampi gratinati con mandorle bagni andreascampi gratinati al forno con polvere di mandorle e mandorle. Difficile che io mi stupisca. Molto difficile. Sono diffidente e penso prima di assaggiare. Non so se faccio bene o faccio male. Faccio e basta: lo scampo è dolce, cotto lo diventerà di più. La mandorla lo è altrettanto. Ed invece mi devo ricredere. Ringraziare la mia diffidenza e la mano intelligente di Domenico che ha giocato con le temperature del forno, con poco vino alla base e con mandorle saporite. «Mi hai convinta. Questa versione dello scampo mi è piaciuta. Ora, però, voglio assaggiare il piatto che ami di più. Che ti rappresenta. Devo o non devo presentare Domenico Fasano, il nuovo cuoco di Bagni Andrea?».

La mia domanda scatena un fiume di racconti emozionanti che mi fanno stare zitta ad ascoltare. Domenico ha cucinato con tanti grandi fra cui Niko Romito ( e scusate se è poco) e ha vissuto un’esperienza unica nel vero senso della parola. Per 13 mesi è stato il capo cucina di una missione di ricerca in Antartide. Dove le idee passano attraverso la mente e si materializzano. Un ritiro spirituale di 13 mesi, in cui ghiaccio e neve potevano essere i soli ingredienti. O, vedendola al contrario, i migliori frigoriferi del mondo. Domenico ha una bella faccia. Un sorriso caldo e modi gentili. Capisco da pochi gesti e cenni che Sandro lo stima molto. Si fida di questo “pirata/cuoco” che trasmette la sua gentilezza anche solo attraverso le sue portate. Il cult è un primo piatto. linguine cicale e bottarga bagni andreaUna linguina arrotolata su se stessa con panocchie, crema di panocchie, capperi e bottarga. Mi immagino un piatto spinto e audace nei sapori. Sbaglio ancora. Queste linguine sono delicate, saporose ma delicate. Morbide di crema e molto al dente. Il dente giusto. Quello che non si spezza fra i denti. Mi complimento con Domenico e confermo a Sandro i miei pensieri.

Ci prendiamo, ora Sandro è con noi, un ottimo caffè mentre mi illustrano la stagione che sta per cominciare. La voglia di alzare il livello della cucina è tanta. Per me sono già in linea. Pronti per partire. Sarà una stagione che vedrà moltiplicare i numeri per 100. Alle 14 di un normale giorno feriale di aprile c’erano 30 persone. E 300, come minimo, saranno le persone durante le sere d’estate. Perché da Bagni Andrea si mangia, d’ora in poi, benissimo con Domenico ai fornelli, si beve locale e di grande qualità, si balla, si gioca, si fa l’happy hour ad ogni ora! Si vive l’estate magica di San Benedetto del Tronto!
Bagni Andrea, lungomare Trieste 17 San Benedetto del Tronto tel 0735/83834. Vi conviene telefonare e prenotare.

Carla Latini

Grottino Shangai a Civitanova, golosità in stile vintage

in Senza categoria da

Il Grottino Shangai, bar, caffetteria, enoteca, pasticceria, torrefazione, bomboniere, a Civitanova porta un nome che evoca immagini e tempi che non ci sono più. Ma lui, il Grottino Shangai, è rimasto indenne durante il passare degli anni. Sto parlando dei primi anni ’60 quando questo quartiere di Civitanova, ora pieno centro, veniva chiamato Shangai perché le case erano basse. Un solo piano per ogni casa. Mai nessun cinese era stato lì. Non come oggi che, invece, sono tanti, intendo i cinesi, ed hanno dato vita ad attività redditizie, per loro. Avete capito perché si chiama Shangai. Ma grottino? Perché è un grottino con bassi soffitti a volta. Mattoncini regolari ne segnano la geometria. Se avete un motivo importante per festeggiare, se state per sposarvi, celebrare prime comunioni e cresime, lauree e battesimi, il Grottino fa per voi.

paolo cestola grottinoDietro l’immagine gradevolmente fanée di un posto vintage (bello!) volutamente bazar e “confusionario” con stile, troverete la professionalità seria di chi, come Paolo Cestola, saprà indirizzarvi a quello che più vi piace. Paolo per il suo Grottino sceglie il meglio. Ve lo scrive una che, vuoi l’età, vuoi la curiosità, si informa su tutto. E qui tutto è il meglio del suo genere. Dai confetti Mucci per i quali vale la pena di sposarsi e che bastano da soli così, senza toule, veli e scatoline, ai the che spaziano dal classico al ricercato. Finendo (o cominciando?)  con il the nero con vaniglia e il rosso nature. Avete voglia di un cioccolatino? Al Grottino Shangai li trovate sfusi. Ve li vendono a peso. E sono i migliori. Amedei, Fiat, Domori ecc… Voglia di caramelle gommose, dure o gelatine? Sfuse o in scatola Paolo ha collezionato le più stimolanti. La piccola e grande pasticceria che si fa gustare volentieri ad ogni ora del giorno, dalla prima colazione al dopo-cena, è di classe, molto raffinata. Che il vostro sia un cappuccino o un the delle cinque. La pausa pranzo vi stupirà. Non ci sono piatti pronti o “micro-ondati” ma c’è il menu del giorno. Che Paolo sarà felice di illustrarvi. Seduti su deliziose sedie simil thonet con gli avambracci poggiati su tavoli rotondi con il ripiano di marmo bianco, verrete serviti come in un bistrot parigino. Ed un calice di vino locale scalderà la vostra breve sosta. Grottino Shangai è versatile. Bottiglie di pregio, vini locali, bollicine da ogni parte d’Italia, spiriti immancabili nel vostro bar. Da bere qui o da portare a casa. Messi in esposizione su scaffali vecchi, bellissimi, in legno. Se poi siete amanti di marmellate e confetture e di tutto ciò che, chiuso in scatola o in barattolo, è pronto da essere portato a casa, inforcate gli occhiali e fatevi indirizzare da Paolo. Mentre il barista, dietro il bancone del bar (altrettanto vintage e fanée) vi sta facendo un ottimo caffè. Un bignè mignon con crema pasticciera o panna consolerà la vostra attesa. Grottino Shangai è in via Trento 13. Una perpendicolare del corso/viale principale. Per capirci quello pieno di negozi. Ma anche in via Trento e nelle “stradine” limitrofe, Civitanova dà spazio a luoghi che celebrano il buon vivere con innata, elegante, voglia di esistere! Le vostre “gite” modaiole civitanovesi hanno trovato il posto giusto per prendere il caffè. E se non conoscete il Grottino Shangai vuol dire che o siete troppo abitudinari, o siete troppo concentrati sull’ovvio. Andateci e mi ringrazierete. Grottino Shangai, via Trento 13/a tel 0733/814751, Civitanova Marche.

Carla Latini

 

Al Giro d’Italia dei Sapori la Sicilia di Maurizio Urso: gusti e colori scoppiettanti come fuochi d’artificio

in Giro d'Italia dei Sapori/Mangiare e bere da

Uno degli scopi “benefici” della formula “Giro d’Italia dei Sapori” è quello di farvi provare un viaggio che non vi sareste potuti permettere. Appurato che il viaggio diventa sempre più difficile da realizzare. Siracusa è una delle più belle città della Sicilia. In realtà le amo tutte e tutte le città “valgono il viaggio”. In ognuna c’è il cuoco sapiente che la rappresenta e la esalta. A Siracusa c’è Maurizio Urso.

Urso Giro d'Italia dei Sapori 2Ho avuto la fortuna di approfondire la sua conoscenza durante la cena della presentazione della Guida Eurotoques di cui Maurizio è presidente per la sua regione. Maurizio è anche presidente di Italcuochi, l’associazione italiana che raccoglie i più versatili e creativi chef. Quelli che piacciono al maestro Gianfranco Vissani. Di cui Maurizio è amico e spesso valida spalla. In Maurizio regna l’anima dell’antico Monsù, come mi conferma Elsa Mazzolini che, se ancora non l’avete imparato, è ideatrice del Giro insieme a Alfredo Antonaros e Flavio Cerioni (patron della Lanterna a Fano dove si svolge il Giro). Il Monsù era il cuoco delle famiglie nobili e ricche. Quello che, all’occorrenza, era capace di organizzare pranzi sontuosi e ruffiani che si “francesizzavano” con stile. Era capace di conservare, gelosamente, le tradizioni delle “cucine” povere fra terra e mare. Scrivo “cucine” perché la Sicilia è fatta di tante cucine. Dalla povera, che utilizzava solo il raccolto e pescato fresco, a quella evoluta che si ispirava alle “contaminazioni” di altre culture. Quella dei Monsù era il massimo. Il Monsù doveva essere diplomatico e attento come un cerimoniere di corte. Ora comprendo perché Maurizio riesce sempre a fare “squadra”. Comprendo meglio anche la sua cucina e l’affetto sincero che la circonda. 
Arrivo alla Lanterna, come sempre, qualche quarto d’ora prima. Trovo Maurizio in cucina con i suoi ragazzi. Non resisto e mi faccio fotografare con loro, con i loro cappelli, di fronte ad una immensa padella colma di vignarola. <<Ma che dici? Vignarola? Questa è la frittedda!>>. Carciofi, fave, piselli e cipolla che faranno da base, contorno, al dentice in campagna. Il piatto forte del nostro Monsù. Che è anche un “dizionario” gastronomico vivente. Le danze gastronomiche cominciano quando l’ultima “Marietta” si siede a tavola. Le Mariette, sapete già tutto di loro, coccolano Maurizio chiamandolo “Ursetto” e lui “storpia” vezzeggiando alla sicula i loro nomi. Così Valeria diventa “Valeriuzza” e così via! Il Tonno vestito al sesamo su maionese senza uovo al latte di mandorla e lampone racchiude in un sol boccone la filosofia di Maurizio. Concretezza, solidità, tradizione e il tocco di colore e sapore diverso dato dal lampone. Urso Giro d'Italia dei SaporiQualcuno farebbe il bis. Lo scooby-doo di alici con beccafico, spuma di cavolo vecchio di rosolini e wafer di sesamo a cacio merita la foto. In questo piatto ci sono ricordi di classici ripieni dedicati alla cacciagione che nella cucina povera rendevano omaggio alle alici. Le regine incontrastate del mare. Nel piatto spunta il “cacio”. Altro ingrediente presente spesso, fra terra e mare, nelle ricette sicule. Una parentesi a parte merita
il cavolo vecchio di Rosolini. Che Maurizio ci racconta così: <<Rosolini è un paese fra Ragusa e Siracusa conosciuto fin dai tempi dei Bizantini per le saline e la vocazione all’agricoltura. Il cavolo vecchio veniva coltivato ai bordi delle saline. Simile al fratello toscano nero ha foglie grandi e carnose. Con un verde più delicato. Adatto a ‘grassare’ cibi importanti>>.
I fuochi d’artificio (come scritto sul titolo) iniziano a “scaldarsi” e cominciano a “scoppiettare” quando arriva il Risotto al fumo di alloro, mirepoix di spada, arancia e limone femminello. C’è chi sente tutti i sapori distinti; chi “sperava” in un risotto all’onda; chi cerca il pesce spada; chi si fa travolgere dagli agrumi consistenti in bocca e “scoppiettanti” appunto di colori; chi “pesca” il pistacchio “maltagliato” che viene, veramente, da Bronte. Chi fa il tris. Elsa domanda: <<Hai imparato da Vissani a fare il risotto così?>>. E Maurizio: <<E’ lui che ha imparato da me!>>. Ecco che il Monsù che è in lui ritorna, gentile. Monsù, per chi non lo sapesse, è l’abbreviativo di Monsieur (Signore) dal francese. Il piatto forte di cui vi ho anticipato prima , il dentice in campagna, si “poggia” sulla frittedda ed è circondato da creme di peperoni rossi e gialli. Il dentice, complice la provocazione di Elsa che Maurizio ha colto prontamente facendola sua, si presenta in veste di involtino ed è pure in verticale. Sopra di lui, come a proteggerlo, una sottile fetta di pane. E a proposito di pane… Elide, la cuoca della Lanterna, nonché moglie di Flavio, sostiene il Giro con la sua brigata e con i pani, straordinari, che è capace di fare. Perché anche di solo pane si può godere.

Godere è il verbo esatto che deve precedere il dessert di Maurizio Urso. Che spiazza tutti quelli che si aspettano Sicilia anche e soprattutto nel dolce finale. Che ci sarà. Tranquilli. Ma non ora. Ora arriva un calice stile Martini ma più grande (gli esperti sanno come si chiama… io no) con Fragola in Zephir di fiore di Ibiscus, coulis di pere speziato al finocchietto e gelato di yogurt e limone. Tante note che non si sovrappongono ma che, come spesso succede nei piatti di Urso, si accentuano, diventando protagoniste di qualche boccone. Poi, per i nostalgici e per quelli che la Sicilia è arancia, cioccolato e mandorla (come dar loro torto?) volano al centro dei tavoli vassoi ricolmi della più gaudente pralineria che potete immaginare. Chiudete gli occhi e vedrete: scorzette di arancia con o senza cioccolato, amaretti, cannoli mignon, cioccolatini. Una malvasia delle Lipari bagna il nostro finale. Maurizio è rimasto a parlare con gli ospiti (più di 100 persone) fino a tarda notte.

La prossima tappa del Giro sarà a Madonna di Campiglio, il primo Giugno, con Enrico Croatti del DV Chalet Boutique. Con lui, forse?, Gino Angelini. Già celebrato su queste pagine. Per info e prenotazioni info@allalanterna.com tel. 0721.884748 – cell. 335367446 sino all’esaurimento dei posti disponibili.

Carla Latini

Intervista a Tony Hadley, la voce degli Spandau Ballet in esclusiva italiana al Tyche Friday

in Senza categoria da

Tony Hadley, il leggendario frontman degli Spandau Ballet, ritorna in Italia per un concerto esclusivo nella data finale della rassegna Tyche Friday, il venerdì live del Donoma di Civitanova. L’appuntamento è a calendario questo venerdì, 29 aprile. L’appassionato interprete di “True” arriva accompagnato da una formidabile band: Tony Hadley, ovviamente alla voce; Richie Barrett alla chitarra; Tim Bye alla batteria; Lily Gonzalez alle percussioni e coro vocale; Phil Taylor alle tastiere e Phil Williams al basso.

Riusciamo a rintracciarlo primo del suo arrivo e ci rilascia questa intervista per Tyche Magazine.

Hai avuto un ruolo da leader nella storia della musica degli anni Ottanta. Che band o cantanti ti sono piaciuti in quel periodo? E ora chi ascolti?

<<Di quegli anni ho apprezzato Marc Almond, Freddie Mercury & Queen, i Duran Duran, Frankie Goes To Hollywood e gli Ultravox. Ora direi Killers, Kaiser Chiefs, Hurts e Avicii>>.

Cosa è sopravvissuto della musica degli anni Ottanta?

<<Un sacco di band di quel periodo stanno ancora proponendo le proprie canzoni. Sono ancora in giro per trasmettere il loro grande sound, componendo nuova ed interessante musica>>.

Negli anni Ottanta avevamo il vinile. Oggi ascoltiamo gli Mp3, una specie di musica liquida. Sei preoccupato di questo cambiamento?

<<Sì, sono preoccupato per tutti gli artisti. Con lo streaming non si producono più profitti con le registrazioni. Se fai una bella canzone invece dovresti essere pagato per il lavoro che hai fatto. E’ un grande problema per tutto il settore>>.

Conosci la nostra regione, le Marche?

<<Non molto bene. Sono stato ad Ancona ma l’ho visitata velocemente. Ma in futuro vorrei conoscerla meglio>>.

Cosa farai al Donoma?

<<Vi proporrò ovviamente alcune delle canzoni più celebri degli Spandau Ballet, come True, Gold, Through the Barricades e brani del mio nuovo album che uscirà il prossimo anno>>.

Kruger Agostinelli

 

 

La moderna Patty Pravo illumina Tyche Friday. Sold out al Donoma per Eccomi tour

in Donoma Civitanova/Eventi da

Patty Pravo con eleganza spontanea punta il suo pubblico e confidenzialmente canta “tutt’al più mi accoglierai con la freddezza che non hai avuto mai e forse fingerai di non sapere il nome mio magari parlerai dandomi del lei….”. Si conclude con i versi di “Tutt’al più” la sua data marchigiana di “Eccomi tour” al Tyche Friday, lo spettacolare venerdì del Donoma di Civitanova. Sarebbe praticamente scontato parlare di applausi e bis. Il pubblico ama incondizionatamente Nicoletta Strambelli e lei porta con aristocratica leggerezza questo peso di cinquanta anni di carriera. Fra la sfilza di aggettivi che ci vengono in mente per definirla, uno su tutto a nostro avviso le appartiene di prepotenza: “moderna”. Eh già, ci sono moltissimi giovani che la seguono. Una scia interminabile che si rinnova magicamente dagli anni del Piper ad oggi. Questo la rende una leggenda vivente e la giovane band che l’accompagna è in simbiosi con le sue canzoni che rifioriscono in continuazione. La versione de “La bambola” ne è la prova. Ma tutto il resto è un filo conduttore senza tempo. “Cieli immensi” e “Pensiero stupendo” sembrano, ad esempio, staccarsi dalla loro logica anagrafica. E poi le canzoni scritte per lei da Vasco (“E dimmi che non vuoi morire”), Morgan (“Il vento e le rose”) e Tiziano Ferro (“Per difenderti da me”), tutti vestiti sonori su misura. E i capricci da diva? Nessun segno palpabile questa volta, a parte una legittima richiesta di far chiudere l’aria condizionata. In effetti l’aria era bollente, grazie ad un pubblico numeroso e avvolgente. In questa data non teatrale ma da club, un privilegio che il Donoma, grazie al Tyche Friday, sì è conquistato di diritto. Sorride Salvatore Lattanzi e promette che <<Tyche Friday la prossima stagione sarà un riferimento vincente a livello nazionale>>. Intanto sale la febbre per l’arrivo di Tony Hadley, il mitico cantante dei Spandau Ballet, che concluderà la stagione il prossimo venerdì, 29 aprile. Mentre la stella di Patty Pravo rimarrà indelebile nel firmamento della rassegna del venerdì civitanovese.

Kruger Agostinelli

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Mezzometro di pizza a Senigallia e Jesi. Vuoi vedere che mangi pure il “cornicione”?

in Mangiare e bere/Mezzometro da

Scrivere di pizza non è semplice e inizio con tutte le domande che mi vengono in mente. Pizza gourmet? Normale pizza al taglio che mangiamo tutti i giorni sotto casa da bimbi finché non diventiamo nonni? Pizza al piatto, moscia moscia, che nemmeno si tiene in mano? Pizza che si piega e si mangia “strada facendo” (e se anche sgocciola un po’ che bello che è)? Ma perché nessuno mangia mai il “cornicione”?

Come è successo per la pasta, la nostra pizza ha subìto il doloroso processo del “copia-incolla”. Nel mondo la pizza porta nomi italiani tipo “mamma Maruzzella” e “nonna Maria”, provenienza varia “internazionale” e il “cornicione” finisce negli “umidi”. Cavalcando l’onda o meglio la “bufala” noi che siamo, comunque e sempre, gli inventori e i divulgatori della vera pizza ci siamo organizzati da tempo. È un piacere per me raccontarvi la Pizza, con la P maiuscola. La Pizza di Mezzometro. Mezzometro è a Senigallia e a Jesi. Il nome la dice lunga (perdonatemi ma non potevo resistere). Sono stata a Senigallia, lungomare Leonardo da Vinci 33 dove c’è un forno a legna. Più di 100 coperti e tavoli spaziosi. alessandro e alessio mezzometroAlessandro e Alessio Coppari mi illuminano sul presente e sul futuro della loro missione. Da Mezzometro si mangia una tipica “schiacciata romana” lunga e stretta così che ogni pezzo ha il suo “cornicione”. Mezzometro è la lunghezza e potete farvela farcire anche a metà. Metà Mezzometro margherita e metà Mezzometro capricciosa. La cottura nel forno a legna merita un’attenzione doppia. Tripla a volte. Perché la temperatura interna non è uguale in fondo come all’entrata. Ci vuole maestria e il pizzaiolo con la pala sembra danzare davanti alla bocca del forno. A Jesi, invece, il forno è elettrico e la gestione è più serena. Il risultato è perfetto in entrambe le cotture e dà al “cornicione incriminato” gusto, croccantezza e leggerezza tali che non vi accorgerete che lo state mangiando.

pizza kruger mezzometroLe Pizze Mezzometro sono realizzate con le migliori farine che Alessandro e Alessio scelgono e selezionano. Tutte artigianali e marchigiane. Il punto fermo del loro lavoro è che apprezza i prodotti locali, artigianali, trovati dove li fanno meglio. Mi raccontano della loro missione alla ricerca del “pomodorino perduto”. Quello che non ha bisogno di nessun condimento. Basta lui. Si sono fatti un viaggio in Campania e sono rientrati con delle chicche straordinarie. Le mozzarelle sono di Giulia Honorati. Le verdure e gli ortaggi di dove li coltivano meglio. I salumi locali e senza glutine. Un altro dei motivi per cui Mezzometro a Senigallia e Jesi è considerata, a ragione, la migliore pizza del centro Italia è la sensibilità di Alessandro che anticipa i bisogni dei suoi clienti e li fa sentire a loro agio. Una sensibilità che, unita all’intelligenza, ha creato tutte le pizze con le stesse farce anche senza glutine. Una spiga barrata le segnala sul menu. Sono buonissime. Le ho assaggiate. Fatte con farine alternative e gustose. Posso scrivere, senza timore di essere smentita, che Mezzometro ha riconciliato il celiaco e l’intollerante al glutine con la pizza. Ha reso piacevole un momento bello da condividere con le persone amate e con gli amici. E gluten free sono anche birra e primi piatti. Che meritano una parentesi quadra. Perché la graffa è per la pizza! Se le farce delle pizze partono dalle classiche e arrivano fino quasi alle gourmet (soprattutto per gli ingredienti spettacolari e genuini) i primi piatti, la pasta in genere, portano i nomi, rassicuranti, di ricette datate. Qui molto ben fatte. Ho assaggiato le pennette alla vodka. Alessandro ha provato a toglierle dal menu. Invano. Impossibile privare i suoi clienti della cremosità golosa “anni Settanta” che qui suona come un pezzo di Donna Summer. E a proposito di estate. È l’estate il periodo di punta per Mezzometro? Visto che a Senigallia è sul lungomare. Un po’ nell’interno però. Accanto alla ferrovia. I due fratelli mi confessano che d’estate c’è da impazzire e c’è la fila fuori. Ma che anche l’inverno non si scherza. E Jesi batte Senigallia.

Concludo, riconcigliata anch’io con la pizza, spiegandovi perché Mezzometro è la pizza più buona e più mangiata del centro Italia. Anni fa, dopo lo scandalo delle pizze gourmet criticate dai puristi, Dissapore (il portale online che mette il naso nei casi da comprendere) face una sorta di gara/classifica allo scopo di decretare un senso logico che avrebbe fatto da linea guida nella scelta della Pizza, con la P maiuscola. Il direttore di Dissapore, Massimo Bernardi, che conosco e penso sarà felice della citazione, aveva organizzato prove e degustazioni proprio da Alessandro e Alessio. Come sia finita questa ricerca magari, un giorno, lo chiedo direttamente a Bernardi e alla redazione del Gambero Rosso che era stata coinvolta. Fatto sta che è servita per accendere un faro su un grande prodotto lavorato italiano. Ha creato interesse e voglia di fare bene. Se la pizza che si mangia oggi, in giro per l’Italia, è molto più buona e più sana a qualcuno dobbiamo dire grazie. La classifica iniziale di Dissapore segnalava Mezzometro come la migliore del centro Italia. E al sud? A Alessandro e Alessio non toccate Gino Sorbillo! Hanno assaggiato anche la nuova produzione “milanese” di Gino. Perfetta!

Carla Latini

Eccomi Tour, il mito di Patty Pravo live tra successi e perle rare. L’intervista

in Giornalista e dintorni/Senza categoria da

Patty Pravo riparte in tour dopo l’ottima attenzione ricevuta al recente Festival di Sanremo da “Cieli Immensi”, primo capitolo del nuovo album di inediti “Eccomi”, ventiseiesimo in studio della cantante. Il brano, firmato da Fortunato Zampaglione, è l’ultimo successo di una carriera lunga 50 anni, con oltre 120 milioni di copie vendute e con numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Patty Pravo sarà sicuramente uno degli ospiti d’eccezione per avvicinarsi alla fine della prima stagione del Tyche Friday al Donoma di Civitanova, con la cantante che impreziosisce un palco che ormai è a tutti gli effetti un club di spessore per artisti italiani e internazionali. Aspettando il live, questo venerdì, abbiamo intervistato la cantante. Patty Pravo non a caso ha vinto il premio della critica a Sanremo.

A dispetto del tempo che passa Patty Pravo rappresenta l’innovazione nella musica leggera italiana. Anche in questo Sanremo hai surclassato molte tue giovani colleghe. Essere moderni è un vizio o una forma mentale?

«La domanda è molto bella, ma non saprei rispondere… Io canto quello che mi piace pensando che se piace a me siamo a metà dell’opera. Per comunicare, un pezzo deve piacere a chi lo canta. Nel caso di “Cieli immensi” è andata benissimo perché è piaciuto molto al pubblico, che mi ha messo al terzo posto nel televoto e che mi sta premiando con l’acquisto del cd “Eccomi”».

Per te hanno scritto gli autori più importanti del panorama musicale tricolore. Al momento qual è quello che ami di più e soprattutto quello che ti manca e di cui vorresti cantare qualcosa?

«Per me hanno scritto davvero quasi tutti, da italiani a stranieri. Però mi piace parlare del presente e quindi ringraziare Tiziano Ferro, Giuliano Sangiorgi, Gianna Nannini, Fortunato Zampaglione, Samuel dei Subsonica, Rachele dei Baustelle e Zibba».

Poiché penso che Patty Pravo si racconti benissimo cantando i brani che sceglie, vorrei fare una domanda alla Patty che ascolta le altre canzoni. Nell’ultimo anno chi ti è piaciuto? Non importa se fa parte dei nuovi o dei vecchi cantanti italiani.

«Mi piacciono Emma, Marco Mengoni, Arisa, Noemi e, ovviamente, i Negramaro. Senza dimenticare Tiziano Ferro, i Subsonica e Gianna Nannini, che non delude mai!».

C’è un legame speciale con le Marche? Ci puoi raccontare aneddoti su persone o luoghi della nostra regione?

«Nelle Marche ho fatto vari concerti e anche alcuni allestimenti. È una bella regione, si sta bene, si mangia bene e soprattutto la gente è ok».

Vogliamo parlare dell’ “Eccomi tour”. Qualche piccola anticipazione per il pubblico di Tyche Friday al Donoma, dove ritorni dopo due anni?

«La scaletta di questo nuovo spettacolo “Eccomi tour” comprenderà, oltre ai miei successi, alcuni pezzi del nuovo disco “Eccomi” e alcune perle che non faccio da tempo. In più ho una nuova band di giovani molto ma molto bravi».

Ogni mese abbiamo una parola chiave per la nostra edizione cartacea. Rappresenta l’ispirazione della nostra copertina e ci permette di filosofeggiare un po’. Quindi ti domandiamo, cosa ti ispira la parola INFINITO?

«Cieli immensi!».

Kruger Agostinelli

Show 20 euro (cassa aperta dalle 21,30) oppure prevendite Ciaotickets

Donoma Sound Theater and Food, via Mazzini 43, Civitanova Marche (MC)
Info e prenotazioni 0733 775860
Dopo il concerto, Formula Disco con dj’s Aldo Ascani & Fabrizio Breviglieri
Donne ingresso gratuito – Uomo 10 euro (compreso consumazione)
Tavolo dopo concerto 20 euro

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