Un meccanismo psicologico che scatta nella testa ogni volta che aiuti un cameriere a sparecchiare: lo faccio anche io e adesso ho scoperto perché.
C’è una cosa che faccio quasi senza accorgermene ogni volta che vado al ristorante: impilo i piatti, avvicino i bicchieri, libero il tavolo il più possibile per facilitare il lavoro dei camerieri. Per me è sempre stato un gesto naturale, quasi automatico e non l’ho mai vissuto come qualcosa di “speciale”, ma semplicemente come una forma di rispetto. Recentemente, ho però fatto una scoperta molto interessante, ovvero che dietro questa piccola abitudine quotidiana potrebbe esserci molto di più.

Ci sono dei piccoli comportamenti quotidiani, spesso sottovalutati, che invece ci dicono molto di noi stessi: pensiamo che la personalità emerga solo nelle grandi scelte, nei momenti decisivi, nelle situazioni estreme, ma in realtà, secondo la psicologia, sono proprio i gesti ordinari a raccontare chi siamo davvero. Aiutare un cameriere a sparecchiare non cambierà sicuramente il mondo dal punto di vista dei diritti dei lavoratori, ma dice qualcosa sul nostro modo di stare nelle relazioni.
Cosa pensa la psicologia di chi dà una mano ai camerieri al ristorante
In sostanza, la psicologia, considerata una scienza a tutti gli effetti perché studia il comportamento e i processi mentali attraverso osservazione, analisi ed esperienza, pensa che questo sia un comportamento che viene definito come prosociale, ovvero parla di un’azione volontaria orientata al benessere di un’altra persona, anche quando non c’è un vantaggio diretto per noi. Quello che faccio, insomma, lo faccio non per sentirmi dire “bravo” ma perché penso di fare la cosa giusta.

Più nello specifico, quando aiuto a sistemare il tavolo lo faccio perché immagino la fatica di chi sta lavorando: io mi immedesimo in quel cameriere che corre da una comitiva di clienti all’altra, rapido come una trottola perché deve rispettare i tempi stretti che suo malgrado fanno parte del suo lavoro. Penso davvero che in queste situazioni non sia per niente facile mantenere il sorriso e gestire richieste, che magari arrivano anche da qualche cliente scortese.
Il motivo per il quale mi comporto in questo modo
In virtù di quello che mi passa davanti agli occhi, quel mio piccolo gesto diventa allora un modo per dire: ti vedo, riconosco il tuo impegno e farò quello che è nelle mie possibilità per venirti incontro. Il mio, secondo gli psicologi, è un comportamento empatico, cioè ho una grande capacità di mettermi nei panni dell’altro, che anche in passato e in altre situazioni mi è stata riconosciuta da molti miei amici e conoscenti.

Non considero il cameriere come qualcuno che deve servirmi, ma come una persona che sta svolgendo un lavoro e merita rispetto, ma c’è anche un altro aspetto, che gli psicologi chiamano relazione orizzontale. Aiutare a sparecchiare, anche solo spostando un piatto, rompe in qualche modo la barriera implicita tra chi serve e chi viene servito, il che non significa confondere i ruoli, ma evitare di trasformarli in gerarchie rigide, con buona pace di chi – al mio stesso tavolo – ogni volta mi guarda male.





