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Moda arte e Cultura

“Il blu per i maschi, il rosa per le femmine”: sapevate che anni fa era l’esatto contrario?

Una torta di baby shower divisa a metà. Palloncini azzurri da una parte, nastri rosa dall’altra. Sembra naturale. Ma quel confine ha una storia sorprendente: nasce tra altari, vetrine e strategie di vendita 

Oggi il codice è semplice: blu per i maschi, rosa per le femmine. Lo vediamo nelle corsie dei negozi, negli scaffali online, nei pacchetti regalo. Eppure questa regola è recente. Non affonda in una verità biologica. Nasce da usi culturali e da scelte di marketing.

“Il blu per i maschi, il rosa per le femmine”: ecco come hanno iniziato i colori a definire i sessi – kruger.it

Per molto tempo i neonati vestivano quasi sempre di bianco. Era pratico. Si lavava a caldo, si candeggiava, si tramandava. I colori arrivavano dopo, e non erano un verdetto di nascita.

Fino a fine Ottocento e inizio Novecento, la mappa era capovolta. Il rosa per i maschi. Il rosso era forza e potere. Il rosa ne era il riflesso “giovane”: un “piccolo rosso” adatto ai bambini. Il blu per le femmine. Era il colore della purezza, dell’aria, del sacro. Nell’iconografia cristiana la Vergine Maria indossa spesso un manto blu. Il collegamento era immediato.

Documenti di settore lo confermano. Un manuale professionale del 1918 consigliava il rosa ai maschietti e il blu alle bambine. Nel 1927, una rassegna tra grandi negozi mostrava un panorama diviso: alcuni reparti tenevano il rosa per i maschi, altri facevano l’opposto. Non esiste un giorno esatto del cambio. Gli storici fissano la stabilizzazione tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’40.

E qui entra la leva commerciale. Le catene americane capirono l’effetto della segmentazione. Se separi i capi per genere, vendi di più. Una famiglia non ricicla il corredino se il codice cromatico è rigido. Le vetrine si allinearono. I cataloghi pure. La pubblicità fece il resto.

Dal dopoguerra ai test prenatali: il ritorno del codice rosa/blu

Nel dopoguerra, i colori pastello raccontarono la “casa perfetta”. Il rosa diventò sinonimo di grazia domestica ed eleganza. Il blu si saldò all’immaginario maschile, anche grazie alle divise da lavoro e militari. L’equazione piacque al mercato. Era semplice. Funzionava in foto e in vetrina.

Poi arrivarono gli anni ’70. Il movimento di liberazione delle donne scosse il settore. I marchi ridussero i codici di genere. Nei reparti per bebè dominavano bianco, giallo e verde. Per quasi un decennio la regola tacita si dissolse. Anche i giochi seguivano una linea più neutra. Non durò.

Negli anni ’80 cambiò ancora tutto. Le ecografie e i test prenatali divennero comuni. Negli Stati Uniti, a fine decennio, l’ecografia era di routine nella maggior parte delle gravidanze. Sapere il sesso prima della nascita trasformò la lista degli acquisti. Camerette coordinate. Capi su misura cromatica. Le aziende risposero con collezioni mirate e campagne persuasive. Il binario rosa/blu tornò prepotente.

C’è una morale? I colori non sono innocenti, ma neppure immutabili. Sono codici sociali che si scrivono e si cancellano sulle superfici della vita quotidiana. Oggi molte famiglie mescolano palette, scelgono tonalità spezzate, cercano libertà. Forse la domanda vera è un’altra: che cosa vogliamo far dire ai nostri colori domani? Una cassettiera aperta, toni diversi che convivono, e un neonato che dorme. Il resto, alla fine, lo decidiamo noi.

Published by
Antonio Papa