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Federico II, verdicchio dei Castelli di Jesi prodotto da Montecappone Proprietari Viticoltori Mirizzi

in Mangiare e bere/Vini di Montecappone da

Federico II AD 1194, è un verdicchio dei castelli di Jesi classico superiore ed assume un posto di assoluto rilievo all’interno della produzione dell’azienda Montecappone Proprietari Viticoltori Mirizzi. Esso rappresenta il secondo vino da uve verdicchio più importante dopo il pluripremiato Utopia Castelli di Jesi verdicchio riserva.

Federico II viene prodotto eseguendo un blend di vini che derivano dalle migliori uve di proprietà situate in collina in aree vocate per la viticultura ad altitudini medie di 300 msl. Il sistema di potatura è a guyot con una resa di 110 q.li per ettaro. Queste uve vengono vinificate in bianco con la tecnica della riduzione dall’ossigeno ed iniezione di ghiaccio secco in pigiadiraspatura per evitare ossidazioni precoci con perdita di aromi. La fermentazione avviene senza l’aggiunta di lieviti selezionati ed a temperatura controllata per il massimo rispetto della tipicità.

Dalla vendemmia 2016, il vino raddoppia il suo affinamento che si svolge ora, per 10 lunghi mesi sui propri lieviti ed altri 3/5 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. Questa procedura e’ tipica dei vini che hanno grandi ambizioni. La bontà e l’eleganza di Federico II, sono palesi all’assaggio immediato ma, cosa unica nel panorama nazionale, ha una durata di vita utile dal punto di vista della piacevolezza, di 10 anni ed oltre.

Giallo paglierino con riflessi verdi alla vista. All’olfatto evidente clorofilla, anice ed un accenno di ginestra destinato ad aumentare col tempo. Il sorso è morbido e caldo ma sempre in equilibrio con l’acidità. Esce lasciando in bocca il tipico gusto di mandorla secca.

Accompagna bene tutti i primi piatti con salse rosse e bianche ma è con i secondi di pesce che si esalta, resta comunque un ottimo abbinamento con il coniglio in porchetta. Decisamente un vino per palati raffinati dove i più grandi esperti trovano molte analogie con i vini bianchi più prestigiosi ed esclusivi al mondo.

Potete visitare l’azienda, con annesso punto vendita, a Jesi in via Colle Olivo, 2, poco distante dall’uscita Jesi Ovest della ss 76. Info: 0731 205 761
Sul web il sito ufficiale è www.montecappone.it

Montecappone e i suoi vini, dall’Utopia alla scommessa bio. Sempre con passione e fantasia

in Mangiare e bere/Senza categoria da

Cantine Montecappone foto by KrugerOgni occasione è buona per bere i vini di Montecappone di Jesi. Fine maggio, Cantine Aperte. Sono da Gianluca e Annarita Mirizzi. Amici da tanti anni. Trasferiscono la loro energia, la loro emotività e la loro precisione maniacale nei vini che producono insieme al loro staff di agronomi ed enologi capeggiati da Lorenzo Landi. Quindi c’è amore, fantasia, passione, tecnica e virtuosismo in un mix di assoluto valore. Un grande vino nasce in vigna e la Montecappone possiede 54 ettari di vigneti e 12 ettari di oliveto. Una fattoria davvero ben strutturata e con quasi cinquanta anni di attività. Prima di cominciare a fare due chiacchiere, Gianluca mi porge da assaggiare i suoi nuovi spumanti di Verdicchio e Sauvignon ottenuti con il metodo charmat lungo. Cinque mesi in autoclave e uno in bottiglia. Sono vent’anni che Montecappone coltiva e produce Sauvignon. Tra i primi nelle Marche. Passiamo ai Verdicchio fermi. Il Federico II, in onore a Jesi e alla sua storia, è un Verdicchio Classico Superiore giovane e fresco negli aromi, che ha un’ottima beva ed è di assoluta convivialità. La Riserva Verdicchio si chiama Utopia: affina almeno 18 mesi di cui 12 in vasche di cemento ed almeno 6 in bottiglia. Una scommessa all’inizio! Di più. Un’utopia. Da qui il nome: sarà utopia immaginare un verdicchio che invecchia oltre 10 anni? Scommessa ampiamente vinta. Poi c’è il Tabano Marche Bianco Igt, un blend di Verdicchio, Sauvignon e Moscato passito. Vino fruttatissimo e piacevolissimo che su una delle cinque guide nazionali riceve l’onorificenza di “Miglior Vino Bianco d’Italia”. Il Tabano Rosso è un blend di Montepulciano e Syrah, 12 mesi in barrique e il resto in cemento. Infine, ma non ultimo, Utopia Rosso Piceno doc, il top della gamma dei vini rossi, Montepulciano e una piccola parte di Sangiovese.

Parliamo delle novità. Gianluca ha sempre avuto la sua posizione, in linea con tutte le principali ricerche universitarie del globo, sui vini naturali, sui biologici. Le sfide, si sa, prima o poi vanno colte e, sorpresa per tutti, dal marzo prossimo ci sarà una nuova linea di Verdicchio bio che porterà il suo nome, Gianluca Mirizzi. Sei ettari di terra a Monte Roberto stanno dando vita a questa nuova avventura. «Sono mesi che combatto con il rame e lo zolfo come gli antichi romani…». L’uva raccolta sarà biologica al 100% e certificata. Ad essa verrà applicata la stessa tecnica enologica conservativa (quella che vuole che il vino sappia dell’uva con cui è prodotto) che ha fatto la storia della Montecappone. Tante belle cose nuove stanno per arricchire il rutilante panorama del mondo enologico marchigiano e non. E alla festa dei 50 anni di Montecappone noi di Tyche ci saremo.

Se volete altre info: www.montecappone.com, tel. 0731205761

Carla Latini

Giorgio Grai, immenso ricercatore di odori: “L’olfatto ci ha salvato la vita”

in Mangiare e bere da

Nella vita, così come nelle “viti”, basta poco per capire. Giorgio Grai è un puro. Lo era da giovane, figuriamoci ora che è un elegante e acuto “rivoluzionario sempre”.  Uno che con l’intuizione ragionata e la passione innamorata ha creato il Verdicchio. E che gli altri dicano quello che vogliono.

Venerdì 19 febbraio, siamo al teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo. Un emozionato Massimo Biagiali introduce e spiega perché Giorgio Grai è lì sul palco a raccontare di sé. Un mito. Chi si occupa di enologia o è solo un appassionato di vino sa che non sto esagerando. Madre Natura gli ha donato un naso ed un palato unici perché facesse diventare dei vitigni da proteggere dei grandissimi vini. ampelio bucci, cino tortorella e elio palombiDopo Biagiali la parola va ad Alberto Mazzoni, direttore dell’istituto marchigiano Tutela Vini, che ci presenta le nostre Marche con tutti i plus che meritano di essere segnalati. Giorgio Grai è accanto a chi pensa con la sua testa, cammina con le sue gambe e lotta per sé per salvare e conservare quello che c’è su questa terra. È pungente il suo eloquio quando tira in ballo Ampelio Bucci, seduto in seconda fila. L’immagine del loro primo incontro è una vignetta a tinte forti. Così come le parole che si scambiarono in cantina. Giorgio ricorda il primo consiglio: <<Pulizia! Le botti devono essere pulite>>. Da lì in poi inizia la storia del Verdicchio marchigiano. Il vino bianco italiano più conosciuto nel mondo. <<Ho capito subito che bisognava ricominciare tutto da capo quando ho visto Ampelio stappare due bottiglie e versare il suo primo Verdicchio. L’ho visto dal colore, poi ci ho messo il naso e ho capito che strada dovevamo percorrere>>.

Giorgio parla di come madre natura uccide, massacra e mantiene in vita le sue creature. Un mondo paragonabile a nessun altro mondo, il suo. Giorgio si pone vicino alle vigne. Alla loro altezza. Le ama, le segue, assaggia le uve e comprende quale vino sarà. Ma ci vuole tempo. Tanto tempo e pazienza.
Sono incantata ed estasiata dalle sue parole. Riconosco nei suoi messaggi tanti pensieri che mi appartengono. Che con lui riprendono un senso logico importante. Parte da lontano quando ci rende semplice capire il difficile: <<L’odorato ci ha salvato la vita. Ci ha insegnato a sfuggire dagli odori cattivi e a preferire quelli buoni. Poi ci sono le sfumature ed una acidità può anche essere dolce. Basta interpretarla>>. In sala dietro Ampelio c’è Cino Tortorella. Un gastronomo illustre nel panorama di media stampa e tv. In difesa del vino e del comune amico Gualtiero Marchesi, Cino esorta Giorgio a leggere la lettera aperta inviata al maestro circa il vino. Nelle righe che legge Massimo, emozionato come all’inizio, c’è tutto l’affetto per un amico vero al quale si perdona un’esternazione spontanea senza dimenticare le tante bevute fatte insieme. Pochi sanno che il naso ed il palato di Grai si sono formati prima delle vigne, dell’uva e del vino. Figlio di albergatori, i primi passi li ha fatti dietro i fornelli di una cucina professionale. Giorgio Grai cuoco? Ebbene sì. Bello rammentare le tante vite passate e progettare quelle future. Il segreto sta nello svegliarsi la mattina sempre con una nuova sfida, un traguardo da raggiungere. Lo dimostrano i suoi bianchi da invecchiamento.

senigalliaPrima della conclusione partono domande a raffica da un pubblico fatto di esperti, sommelier, ristoratori. Riconosco Simone Baleani del Molo di Portonovo e amici come Paolo Cesaretti, che è qui in veste di coordinatore del consorzio di tutela della Casciotta di Urbino (un’altra eccellenza marchigiana). Ma ci sono, soprattutto, tutti gli amici di Elio Palombi (vi ho già scritto di lui circa il Premio Città di Senigallia a Portonovo a Marchesi) che è stato il gancio/complice fra San Lorenzo in Campo, rappresentato dal sindaco Davide Dellonti, colto gourmet, e da Massimo Biagiali. A spettacolo finito andiamo al giardino dove ci aspetta un buffet tutto marchigiano ed una cena idem. Si berrà benissimo. Ne sono sicura. In mezzo a Giorgio e Ampelio ricordo la festa dei miei “primi” 40 anni. Con Edoardo Raspelli e la troupe di Mela Verde. Avevo stappato una cassa di Villa Bucci 1992. Ed era il 2001. Con noi Alessandro Scorsone (anche di lui ho già scritto su Tyche per la verticale nell’azienda Montecappone) aveva decantato il vino, la scommessa dell’invecchiamento, il coraggioso produttore e il geniale enologo Giorgio Grai. Mi giro e Giorgio è scomparso. Poi sento il mio nome e mi avvicino ad un gruppetto, circa 4-5 persone privilegiate. Dietro il bancone del bar Giorgio sta stappando una bottiglia. Non leggo l’etichetta. Ci versa, sempre solo a noi privilegiati, un vino bianco brillante e vivace. Ci metto il naso. Mi arrivano profumi. Definiti. Li riconosco. Mi permetto di parlare per prima: <<E’ un pinot bianco?>> Lo è. Mi congratulo con me stessa. <<Avete visto l’annata?>>, dice Biagiali. 2001. Un pinot bianco del 2001 firmato Giorgio Grai in etichetta. Porto il calice al mio tavolo. E sorseggio questo miracolo della natura per tutta la cena. Giorgio si alza, saluta e ringrazia tutti. Viene verso di me e mi interroga con gli occhi. Non mi importa di sembrare scontata, al limite della stupidità e gli dico che sono commossa, che in poche ore ho arricchito la mia mente ed il mio cuore. Posso confermare a me stessa che non sto sbagliando. <<Raccontami>>, mi dice sempre con gli occhi. E mi prendo un altro privilegio buono quanto il suo pinot bianco che, intanto, continua a comunicare la sua storia e i suoi profumi.

Tornerà nelle Marche Giorgio Grai? <<Dipende da quanto un mio amico avrà voglia di ricominciare>>.

Carla Latini

Merano WineFestival & Vini Buoni d’Italia, cin cin alle eccellenze marchigiane

in Mangiare e bere da

<<In tutti i ristoranti più importanti di Londra da tempo è presente nella lista dei vini il Verdicchio>>: queste le parole di Carlo Paoloni, manager di successo attualmente in Inghilterra, in una sua conversazione con l’enogastronomo Luigi Cremona. Il territorio marchigiano comincia ad avere degli autorevoli punti di riferimento a livello internazionale. Questo permette da una parte di far girare i nostri prodotti oltre i confini, dall’altra di rendere protagonista la regione e non solo, con una nicchia qualitativamente elevata a livello enogastronomico. A fare bella mostra di sé molti prodotti marchigiani hanno scelto il Merano WineFestival, alla sua ventiduesima edizione. Helmuth Köcher presidente, fondatore e direttore generale di questa importante manifestazione non può che esserne orgoglioso. Una macchina organizzativa efficientissima che ha saputo farsi apprezzare da un pubblico interessante e preparato, merito soprattutto dell’attenta selezione degli espositori. A questo va aggiunta anche la sinergia con Mario Busso che gli affida la giornata conclusiva di Vini Buoni d’Italia, la guida Touring Club dei migliori vini e le cantine autoctone.

Premiati vini d'Italia Merano WineFestivalQueste le bottiglie premiate con le Corone dai Vini Buoni d’Italia 2016 nella nostra regione:
Bucci Azienda Agricola con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Villa Bucci 2013
Casaleta con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Barasta 2012
Fattoria Coroncino con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Gaiospino 2013
Fulvia Tombolini con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Fulvia Tombolini 2014
Garofoli con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Serra Fiorese 2010
Landi Luciano Azienda Agricola con Marche Igt Rosso Nobilnero 2009
Le Caniette con Rosso Piceno Doc Nero di Vite 2007
Lucchetti con Lacrima di Morro d’Alba Doc Mariasole 2012
Mancinelli Stefano con Marche Igt Rosso Terre dei Goti 2010
Marchetti con Cònero Docg Riserva Villa Bonomi 2012
Montecappone con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Federico II A.D. 1194 2014
Oasi degli Angeli con Marche Igt Rosso Kupra 2012
Pievalta con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Pievalta 2014
Santa Barbara con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Tardivo ma non Tardo 2013
Santa Barbara con Rosso Piceno Doc Il Maschio da Monte 2013
Sartarelli con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Tralivio 2013
Serenelli Alberto con Rosso Cònero Doc Varano 2012
Serenelli Alberto con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Sora Elvira 2013
Tenuta di Tavignano con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Misco 2013
Terre Cortesi Moncaro con Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico Vigna Novali 2012
Umani Ronchi con Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Vecchie Vigne 2013
Un piacevole vetrina, quella delle premiazioni dei Vini Buoni d’Italia 2016, deliziosamente presentata da un carismatico sommelier, Alessandro Scorsone, sempre più indispensabile intrattenitore. Gianluca Mirizzi dell’Azienda Montecappone di Jesi conferma l’interesse del vino marchigiano a livello internazionale: <<Sempre più estimatori del nostro Verdicchio e nuove fette di mercato arrivano da Belgio, Germania e Stati Uniti. Poi sul mercato italiano donne e giovani si avvicinano con interesse al buon bere, raggiungendoci con frequenza nella nostra cantina a Jesi. Segnali incoraggianti per continuare a fare sempre meglio>>.

Kruger Agostinelli

Alessandro Scorsone direttore d’orchestra in una verticale di Utopia, un grande Verdicchio

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Alessandro Scorsone è il sommelier italiano più conosciuto in Europa. Un professionista che si sposta solo per passione. Il pubblico profano lo conosce bene perché diverse trasmissioni televisive (Uno Mattina, La Prova del Cuoco, Linea Verde) lo invitano spesso a parlare di vino. Mi fa piacere scrivere di lui. L’ho rivisto ad una verticale (degustazione dello stesso vino prodotto dallo stesso produttore in annate diverse, ndr) di verdicchio un paio di settimane fa. In collaborazione con i suoi colleghi marchigiani. Scorsone ama le Marche ed il verdicchio da sempre. Convinto che sia il vitigno bianco più longevo e importante d’Italia. Il percorso con lui è facile e poetico. Anche se non sei un sommelier, anche se, detta dal cuore, non ci capisci niente, con lui, piano piano, impari. Con grande piacere.

verdicchio utopiaQuella sera a Jesi siamo partiti da un 2011 per arrivare ad un 2007. Stessa terra, stessa vigna. Stagioni e raccolte diversi. La bellezza della terra che ritroviamo, generosamente nel vino. Perché il vino, sottolinea sempre Scorsone, si fa in vigna. Poco servono le alchimie degli enologi. Se la vigna è sana il vino è buono. Poi intervengono altri fattori, piccoli segreti di lavorazione. Temperature e conservazione. Il 2011 che beviamo è giovane, fresco. Piacevole. Finisce subito dentro i nostri bicchieri. Alessandro ci invita a tenerlo ancora un po’ perché ora c’è il confronto con il 2010. Che ha più sostanza. Ha perso un po’ di freschezza per guadagnare un profumo più persistente. Che sarà intenso nel 2009. Ancora di più nel 2008. Qualcuno non apprezza la complessità di questo 2008. Troppo difficile? A questo punto e prima di stappare la ‘chicca’ 2007, Alessandro legge le schede scritte per 2008 e 2007 dall’Ais ai suoi tempi. Schede valide ora per il 2011. Molti profumi freschi sono andati persi per far spazio a profumi maturi. Questi rimarranno a lungo. Il 2007 è un vino ancora in crescita. Ma fino a quando è giusto conservare un vino bianco? <<Finché lui continuerà ad avere qualcosa da dire>>.

L’applauso finale è sincero. E’ bello inseguire il naso di Alessandro Scorsone. I vini che abbiamo assaggiato sono quelli dell’Azienda Montecappone e Gianluca Mirizzi il padrone di casa. Bella serata da ripetere con un’altra strada da percorrere: verticali annata per annata fra aziende dello stesso territorio che sia Jesi o Matelica. Io ci sarò. Prenotatevi in tempo.

Carla Latini

Gnocchi del Vescovo e spaghetti in porchetta, alla scoperta di chef Paciaroni

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Non siamo al centro di Parigi, né Paolo Paciaroni è una stella italiana in terra francese, anche se potrebbe esserlo. Siamo a Tolentino sulla Nazionale. Trentadue coperti in un ambiente bianco e rosso. Piccolo e raccolto. Sono stata da lui. Sorride sempre Paolo. Si sveglia felice ogni mattina perché fa la cosa che ama di più al mondo: cucinare. Mi confessa che, dopo tutte le avversità che ha superato, ogni giorno è il giorno più bello. La notte è solo una perdita di tempo. In cucina con Paolo c’è mamma Giuseppina. Una giovane signora che tira la sfoglia e fa gli gnocchi quasi tutti giorni. In sala c’è la sorella Laura. Una bella bionda che sorride con gli stessi occhi cerulei del fratello.

parete roberta schiraAlle pareti, le uniche due perché le altre sono vetrine che danno sulla strada ben protette da occhi indiscreti, ci sono tre frasi di altrettanti celebri cuochi: Beck, Bourdin e Marchesi. Più una lunga frase di Roberta Schira, una delle scrittrici più cult del momento, che sintetizza il lavoro del cuoco. In fondo a questa pagina potrete leggerla. Tutte le proposte a menu mi intrigano. Vi racconto quelle che assaggio.

Ci sono antipasti semplici come crostone di pane grigliato con caprese o più elaborati come insalata di riso, pollo e bacche di goji (finalmente ne capisco il senso dell’uso). Sui primi Paolo è più aggressivo e propone spaghetti in porchetta con pomodoro verde e finocchi e gnocchi del Vescovo, un piatto che non toglie mai dalla carta (mamma Giuseppina li fa due, tre volte alla settimana). Se è stagione (sono fortunata, proprio questa), sopra ai soffici gnocchi, conditi con crema di latte, tartufo e salsiccia, c’è una nuvola di spaghetti di zucchine fritte. Paolo ride quando gli dico che i nomi che ha dato ai suoi piatti sono “di poche parole”. Parlano poco. Però “cantano”. Fra i secondi mi faccio conquistare da straccetti di vitello con limoni di Sorrento e dal petto di pollo alla griglia con pinoli sabbiati e rucola. Mi torna in mente uno dei miei ultimi viaggi a Parigi. Da una “appena spuntata” stella Michelin italiana ho mangiato, appunto, piatti con nomi brevi e semplici, completi e unici negli abbinamenti di sapori, nelle dosi e nelle cotture. Come chez Paolo Restaurant. <<Non vuoi assaggiare un pesce? La frittura l’ho presa stamattina al porto di Ancona>>, mi dice guardandomi con gli occhi, celesti, spalancati. Paolo sembra uscito da un cartone animato di Walt Disney. Per fortuna non sono da sola e divido volentieri con i miei amici. Prendiamo frittura mista dell’Adriatico e magnifiche patate fritte a mano. Sì, nel menu c’è proprio scritto fritte a mano. Commovente. Una frittura che vola soffice come un’altra che adoro, quella di Marcello a Portonovo. lla fine, prima di “dessertare” la tavola, Paolo rivela la sua anima pasticceria. I miei amici si dividono fra Africa e Sensazioni. Io mi limito al cestino croccante di frutta fresca e crema pasticcera. Inizia, fra noi, un gaudente scambio di cucchiaini e dolci bocconi. Africa (bavarese di vaniglia del Madagascar, biscotto al cacao forestero, cremino al pistacchio e mango) e Sensazioni (semifreddo ai frutti rossi, pan di spagna all’olio extra vergine, erbette, salsa al caramello, meringhe e frolla) mi distraggono dal mio, sia pur delizioso, cestino croccante.

La carta dei vini è marchigiana e internazionale. Abbiamo scelto il Verdicchio di Andrea Felici e la Lacrima, il Bastaro, di Tenuta San Marcello. Perfetta con il fritto. Difficile congedarsi da questa famiglia che contagia i clienti con la sua gioia di vivere che sprizza da ogni piatto. Baci e abbracci. Tanto ci rivediamo presto.

La Famiglia Paciaroni vi aspetta in via Nazionale 65 a Tolentino. Telefonare prima allo 0733 972784 è meglio. Preparatevi ai sorrisi!

Carla Latini

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